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Ricoh GR DIGITAL II, l’evoluzione della specie

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Nata come evoluzione della GR DIGITAL, la Ricoh GR DIGITAL II è una compatta che condensa, in un corpo in lega di magnesio di soli 25 mm di spessore e 168 g di peso, prestazioni senza precedenti e garantisce un’altissima risoluzione, basso rumore e aberrazione cromatica praticamente nulla. Sembra destinata quindi a soddisfare le esigenze non solo degli appassionati di fotografia di fascia alta ma anche i professionisti.
Grazie al motore di elaborazione delle immagini di nuova concezione GR ENGINE II, offre una risoluzione delle immagini straordinaria e riproduce fedelmente le caratteristiche dei toni e la saturazione dei colori. L’altissima qualità delle immagini è assicurata anche dall’abbinamento tra il nuovo CCD da 1/1,75 pollici con 10,01 milioni di pixel effettivi e l’obbiettivo GR LENS noto per l’alta risoluzione e la bassa distorsione.


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SanDisk Vaulter Disk

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Detto fatto.
Sandisk annuncierà al CES 2008 - tra poche settimane - Sandisk Vaulter Disk, una scheda SSD nel formato mini PCIe dotata di una manciata di NAND Flash da 8GB a 16GB: vera ed unica alternativa - per il momento - alla Intel Turbo Memory (conosciuta anche come progetto Robson).
Nello specifico si tratterebbe di una schedina con integrato una memoria SSD (Solid State Drive) con un'interfaccia mini PCIe verso l'esterno (la motherboard).
Le sue ridottissime dimensioni la rendono facilmente inseribile anche all'interno di un notebook.
I vantaggi: detti più volte. Uno fra tutti: l'accelerazione dei tempi di avvio del sistema operativo e dell'esecuzione delle applicazioni.
Ma non solo.
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Nofollow o Dofollow? questo è il problema…

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Nofollow o Dofollow ?Le uscite di Matt Cutts di qualche giorno fa, hanno definitivamente confermato che la vendita di link (che passano PageRank) porta inevitabili penalizzazioni del PageRank visibile sulla barretta (e in alcuni casi anche una forte diminuzione di traffico in arrivo da Google).
La cosa sta intimorendo parecchi webmaster, i quali iniziano ad interrogarsi sull’uso corretto del tag rel=nofollow: Google vorrebbe infatti che fosse inserito in tutti i link a pagamento, ma a causa del FUD (=”Fear, Uncertainty and Doubt” ovvero “Paura, Incertezza e Dubbio”) creato dalle dichiarazioni di Matt Cutts, in parecchi stanno seriamente pensando di inserire il nofollow ovunque, in tutti i link in uscita dal proprio sito.
Che fare quindi?

FAQ su Nofollow e Dofollow

Ho raccolto in giro 10 affermazioni (spesso dubbi…) circa i 2 amati/odiati tag; cerco, nei limiti del possibile, di fare un pò di chiarezza.

  1. Cos’è il Nofollow? e il Dofollow?
    L’attributo rel=nofollow è un tag HTML (non standard) che, applicato ad un link, dice ai motori di ricerca di non seguire la risorsa linkata e di non considerarla ai fini del rank.
    Il Dofollow è spesso inteso come un plugin (vedi sotto), o comunque come l’assenza del Nofollow.
  2. Le maggiori piattaforme di blog hanno il nofollow, nei commenti, abilitato di default.
    Vero, ma (spesso) è possibile disabilitarlo… per esempio, in WordPress, è sufficiente attivare un plugin come DoFollow o NoFollow Free.
  3. Se attivo il Dofollow dovrò stare più attento ai commenti.
    Vero, qualche spammer “furbetto” potrebbe cercare di inserire nel vostro blog commenti (magari) intelligenti ma con link verso siti di scarsa qualità (o di nessuna attinenza rispetto al vostro blog e/o al commento stesso): dovrete pertanto applicare una moderazione molto più vigile.
  4. Dofollow può far aumentare in modo considerevole il numero dei commenti e dei commentatori.
    Vero, soprattutto se pubblicizzate adeguatamente la cosa (magari utilizzando i bannerini che trovate qualche riga più in basso).
  5. Nofollow non scoraggia comunque gli spammer.
    Assolutamente vero, basta guardare le statistiche di Akismet per accorgersene…
  6. Usare ovunque il Nofollow va contro i principi del web.
    Assolutamente vero. Se tutti sterilizzassero i propri link in uscita (vuoi per paura di perdere “link juice”, vuoi per paura di ricevere una penalizzazione da Google), si creerebbero di fatto tanti “siti isola”, completamente scollegati l’uno dall’altro. E i motori di ricerca, che basano l’ordinamento delle SERP proprio sulla quantità/qualità dei link, non saprebbero più che pesci pigliare.
  7. Nofollow non è uno standard.
    Assolutamente vero, è una “invenzione” di Google di un paio d’anni fa. Fra l’altro, ogni motore di ricerca gestisce il nofollow come crede… basta guardare questa tabella (fonte: Wikipedia):

    Come i motori di ricerca interpretano il nofollow

  8. C’è tanta gente che usa il DoFollow?
    Si, c’è addirittura la No Nofollow | I Follow | DoFollow Community. Avrete sicuramente visto uno di questi loghi:

    U Comment I Follow

    su qualche blog che frequentate…

  9. E in Italia?
    Diversi SEO sono “Dofollower” da ormai parecchio tempo; fra questi, segnalo:
    - Stefano Gorgoni (Un anno senza nofollow);
    - Sante J. Achille (Perché non utilizzo più il rel=nofollow per il mio blog);
    - Fabio Dell’Orto (Eliminazione links con attributo rel nofollow dai commenti del blog).
  10. Il dubbio finale: usare il Dofollow equivale a vendere PageRank.
    Non proprio. Semmai equivale a regalare un link ai propri affezionati commentatori. E’ una cosa così tanto evil?

Conclusioni

Il grande dubbio (o la grande paura…) è che Google non abbia le capacità di capire quando un link è a pagamento o meno.
Verificando i link presenti su un sito sia manualmente che automaticamente, non è infatti possibile determinare al 100% se questi sono venduti o spontanei.
Ma Google potrebbe colpire in base a certi “pattern”, penalizzando (ad esempio) i link nelle spalle dei blog o nei footer dei siti, sopra i quali è presente la scritta “link sponsorizzati”.
O potrebbe rastrellare tutte le directory delle società che vendono text link, nonchè i forum dove si organizza compra-vendita di link.
Può darsi che queste cose, Google, le faccia già.
E magari, in futuro, toccherà proprio ai Dofollower, colpevoli pure loro di vendere (pardon, regalare) qualche briciola di PageRank.

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Scambio di link e strategie di link building

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Stuart Delta inizia a presentare alcuni limiti del link trading (scambio di link): quali l’ignoranza sul link model, la paranoia del PageRank basso o l’errata percezione che uno scambio di link abbia prodotto dei risultati. Negli ultimi mesi Google è diventato più “severo” nei confronti dei siti che vendono link o che hanno un pattern di linkaggio esterno “sospetto”.

Per il motore i link sono un parametro di valutazione della risorsa linkata, un veicolo di informazioni e una connessione tra i diversi documenti (nodi) nel grafo del Web.

Il documento linkante trasferisce a quello linkato: il topic, l’anchor text e l’autorevolezza. Il link ideale dovrebbe quindi provenire da una pagina che sia indicizzata, attinente e popolare (che a sua volta riceve link pertinenti), da un dominio rilevante, deve essere in formato testuale e distante dall’advertising. il link deve essere inoltre motivato, legittimato (cliccato dall’utente) e presente nel tempo. Il link trading è quindi inefficace lato SEO e lato Marketing.

Link Building

I presupposti di ogni strategia di link building sono:

  • Approccio olistico alla link popularity, diversificando il più possibile le strategie di link building;
  • Contenuti, contenuti ed ancora contenuti;
  • Conoscenza del proprio mercato di riferimento; indispensabile per identificare i canali migliori sui quali promuovere il proprio sito.

Le tecniche attualmente più efficaci sono:

  • Link baiting: produrre contenuti per attirare l’attenzione di webmaster e blogger al fine di ottenere link;
  • Site networking: creare siti satellite secondari da utilizzare per linkare il sito principale (ma non solo quello). I siti secondari devono comunque essere autorevoli e presentare contenuti unici, non devono essere siti palesemente utilizzati a fini SEO.
  • Web directories: scegliere le migliori;
  • Altri

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Un nuovo concetto di ranking per Google relativo alle immagini

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Enrico Altavilla di SEMS inizia il suo intervento lanciando una provocazione per i SEO: cosa accadrebbe se l’ottimizzazione fatta da un SEO andasse a beneficio di risorse altrui? Pare uno scenario improbabile ma è quello che sta accadendo ora.

Facendo una ricerca su Google, spesso il primo risultato sono delle immagini provenienti da Google Images. Da un’analisi condotta all’interno di SEMS si è verificato che in una ricerca è apparsa un’immagine corretta rispetto alla query formulata, nonostante tale immagine non fosse stata assolutamente ottimizzata. E’ sorta quindi la domanda su come Google avesse fatto a riportare tale immagine per quella ricerca. La stessa immagine appariva prima anche per la stessa ricerca condotta su Google Images. Però le due immagini portavano a siti diversi. L’immagine presente su Google Images era inserita in un contesto tematizzato per la query, mentre in Google Search la stessa immagine non era inserita in un contesto tematizzato. Altre ricerche hanno confermato che tale fenomeno non era isolato. Un altro aspetto interessante è che spesso la stessa immagine che appare in alto in Google Search non è collegata sempre al medesimo sito web.

Google sfrutta il fenomeno del deep linking di immagini e per ogni immagine memorizza sia l’URL della pagina che la contiene e l’URL dell’immagine stessa.

Il ranking ora:

  • elenco delle risorse in tema con la ricerca;
  • raggruppamento delle risorse che raffigurano la stessa immagine;
  • valutazione dell’immagine, non delle risorse
  • determinazione delle posizione dell’immagine;
  • scelta di una delle risorse che utilizzano l’immagine.

Il concetto del nuovo ranking non è più relativo a file/risorse ma ad elementi più astratti. Dal lato SEO, tematizzando la riproduzione di un’immagine si tematizza anche l’immagine in sé. A beneficiare della tematizzazione sono tutti coloro i quali ne usano una riproduzione e cambia quindi il valore di contenuto duplicato. Google News già da tempo utilizza questo approccio per il ranking.

Tra le applicazioni possibili di questo nuovo paradigma ci sono il SEO cooperativo e l’hijacking (utilizzo di immagini già valutate da Google per tematizzare le mie risorse).

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Ban e penalizzazioni su Google al ConvegnoGT

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Prima di tutto è opportuno fare una distinzione tra ban e penalizzazione. Il ban consiste nella totale esclusione del sito dalle SERP. La penalizzazione invece non fa scomparire il sito dalle SERP per ricerche come site:www.dominio.com o come www.dominio.com, ma fa apparire il sito in posizioni scandalosamente basse per le principali parole chiave.

Piersante Paneghel riporta il caso di agendaonline.it che, nel febbraio 2006, subisce una penalità -30. Vengono prodotti nuovi contenuti originali e di qualità, applicati vari consigli ma la situazione rimane immutata per diversi mesi. Improvvisamente vengono rimossi alcuni link a siti bannati e dopo un paio di giorni la situazione ritorna normale. E’ da notare che i siti oggetto di tali link in origine non erano bannati.

Un caso simile, avvenuto però nel 2007, ha manifestato alcuni aspetti differenti: sito non penalizzato per tutte le parole chiave ma solo per quelle più competitive.
Spesso tali penalizzazioni sono dovute a link a siti bannati o a siti spam, generati da bot specializzati oppure da utenti.

L’aspetto più pericoloso risiede però nel fatto che spesso la penalizzazione è silente ed il proprietario del sito può non accorgersene per mesi.

Attualmente stiamo assistendo ad un calo nel Toolbar PageRank di molti siti, che apparentemente però non ha ancora avuto ripercussioni sulle SERP. Non è comunque un fatto da prendere alla leggera ed è consigliabile rimuovere gli eventuali link a pagamento presenti sul sito, onde evitare ulteriori penalizzazioni.

Xenu ad esempio è un ottimo strumento che permette di verificare tutti i link di un sito, sia quelli interni che in uscita e molto altro. E’ sicuramente utile utilizzarlo per avere un’analisi dettagliata della situazione.

Le regole d’oro consistono nell’evitare link a siti di malware, dialer, siti bannati o penalizzati. Tenete sempre d’occhio i link in uscita, evitando matrici di link, siti made for AdSense e altre cose del genere. L’analisi dei log consente poi di individuare gli spam bot che tendono a rubare i contenuti dal nostro sito e, una volta individuati, è poi possibile bloccarli.

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In-house SEO, Outsourcing e SEO freelance

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Nereo Sciutto di Webranking mostra pregi e difetti delle varie alternative che si trova di fronte un’azienda quando sceglie di implementare una strategia SEO.

Spesso le aziende intraprendono la strada dell’in-house SEO, ossia di svolgere internamente questa attività, negli USA ad esempio capita spesso di vedere aziende ce cercano SEO con capacità di management al fine di assumerli all’interno del proprio organico.

Svolgere l’attività SEO all’interno di un’azienda presenta alcuni limiti: quali la mancanza di un contraddittorio, l’invecchiamento dovuto alla mancanza di stimoli forniti dai vari progetti e meno occasioni di sperimentare.

Il Freelance soffre dello svantaggio di avere tempo limitato e di dover “incorporare” troppe competenze all’interno di un’unica persona. E’ quindi fondamentale per lui stabilire delle buone relazioni di networking.

Il SEO in un’agenzia è in grado di utilizzare il contraddittorio ma alla fine di essere in grado di prendere una decisione. Condivide poi i risultati e le esperienze vissute che permettono una crescita costante.

In molti casi le aziende utilizzano sia SEO interni che esterni che si coordinano e controllano a vicenda.

La metafora dell’architetto

Serve una figura più completa che racchiuda e coordina le attività riguardanti il Search Marketing, la User Experience e la Web Analytics. Tale “architetto” deve avere una comprensione dei reali obiettivi d’azienda, deve utilizzare il glossario adatto al tipo di interlocutore, deve trovare equilibri ad esempio tra l’attività di SEO e quella di User Experience.
Può darsi però che questo architetto sia un concetto collegiale e che tali competenze non siano riscontrabili in una singola persona.

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SEO: iniziare un progetto con il piede giusto

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Maurizio Petrone spiega come partire con il piede giusto dal punto di vista SEO nella realizzazione di un sito. IL CMS scelto ad esempio deve essere flessibile e permettere di intervenire su ogni elemento della pagina. Deve essere studiata in maniera corretta l’architettura dei contenuti e adattata alla tipologia di sito. A monte di questo ovviamente devono essere chiari gli obiettivi, i KPI (indicatori chiave di performance) e le linee guida editoriali.

Per quanto riguarda l’architettura dei contenuti, vanno studiati correttamente i link ed i percorsi di navigazione e stabilire delle aree chiave e quali sono i contenuti maggiormente rilevanti.

Va controllato inoltre lo storico del crawling, lo stato di indicizzazione, i dati di traffico in modo da valutare se il sito sta esprimendo tutto il suo potenziale.

Chiediamoci inoltre se manca qualcosa nei contenuti del sito e se manca effettivamente qualcosa coprire l’area semantica da affrontare in funzione degli obiettivi. Valutare inoltre se il sito è usabile e a che punto stanno i nostri concorrenti, in modo da sfruttare potenziali nicchie di mercato.

Per migliorare il sito, è necessario controllare costantemente che non ci siano errori a livello di server, di contenuti, di ipertesto, di struttura, di spidering, di duplicazione, di copy e layout inefficaci.

Quando il sito è pronto è necessario iniziare a portare traffico tramite i vari metodi e tecniche disponibili. Successivamente a questo è indispensabile controllare i dati sul traffico per valutare la provenienza e la composizione, i percorsi di navigazione e, se applicabile, l’analisi delle conversioni. Va ovviamente costantemente monitorato il posizionamento e le eventuali reazioni pubblicate in rete (brand reputation). Tutte queste informazioni vanno poi usate per apportare continui miglioramenti al sito.

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Blog, SEO e futuro delle piattaforme

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Johnnie Maneiro ha mostrato un interessante prototipo di un CMS realizzato da lui che permette di scegliere diversi tipi di template a seconda della tipologia di contenuto. Tale CMS integra molte funzioni che piattaforme come WordPress rendono disponibili solo attraverso plugin esterni, con tutti i limiti che ne conseguono. La soluzione di Johnnie, benché ancora in fase di sviluppo, offre anche una piattaforma di e-commerce.

Sante Achille illustra invece una serie di suggerimenti per migliorare il popolare CMS per blog WordPress dal punto di vista SEO.
E’ inutile ad esempio visualizzare su ogni pagina gli archivi mensili del blog ed è consigliabile scegliere template che presentino i contenuti prima di qualsiasi altra cosa. Utilizzano poi il file robots.txt oppure i tag robots, è opportuno fare in modo che i motori di ricerca non indicizzino tutta una serie di contenuti duplicati come possono essere le pagine degli archivi mensili o quelle di alcune categorie. Eliminare il nofollow per i commenti serve a catalizzare le conversazioni sul blog e restituisce al link il suo vero valore. Un altro suggerimento è quello di variare la sidebar del blog a seconda che si tratti della home page o di una pagina interna.

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Buzz Marketing al ConvegnoGT

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Luca Conti illustra l’utilizzo del passaparola come strumento per stimolare le conversazioni. Il Buzz Marketing, questo il nome di tale “pratica”, tende ad utilizzare gli influenti della Rete per amplificare un messaggio, ridurre la curva degli early adopter. Aspetti fondamentali sono la credibilità del messaggio e l’etica e la trasparenza.

Un’analisi di Ipsos ha rivelato che in Italia la credibilità delle recensioni scritte sui blog è ritenuta molto elevata dal pubblico.

I punti di forza di una campagna di buzz marketing sono l’essere sociale, low cost, virale, spontanea ed etica. Le opportunità offerte sono il SEO implicito (chi ne parla linka), la possibilità di ottenere traffico canalizzato, il brand awareness, la riduzione della curva degli early adopter, la fidelizzazione da parte di un gruppo di blogger influenti e la possibilità di ottenere preziosi feedback.

Tra gli errori da evitare ci sono quello di effettuare una comunicazione non personale, avere una conoscenza superficiale del target, tenere una relazione sporadica, nascondere le informazioni e soprattutto considerare i blogger come se fossero dei giornalisti di serie B.

Le aziende indicate per effettuare azioni di buzz marketing devono avere un prodotto di qualità, devono essere aperte verso il consumatore, trasparenti nei processi ed operare business to consumer.

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